Sonia Alfano

Ci chiamano ospiti. Ma siamo degli ospiti che non possono avere un pettine, possedere un libro o una penna per scrivere”. Con queste parole, Alì, detenuto del centro di espulsione e identificazione laziale di Ponte Galeria, descrive una situazione comune a moltissimi centri di questo tipo; la contingenza mi obbliga oggi a non ignorare quello che succede a Lamezia Terme.

Il 24 settembre scorso, l’organizzazione non governativa Medici per i Diritti Umani (MEDU) pubblica un fotoracconto sul CIE della cittadina calabra: una carrellata di foto che lascia un senso di desolazione, solitudine e sconforto, ma anche tanta rabbia. Assenza di centri ricreativi, stanze spoglie e per niente attrezzate, servizi igienici e sanitari fatiscenti e un lungo recinto di filo spinato che corre lungo il perimetro del centro: sono le caratteristiche principali di una struttura che dovrebbe prima di tutto accogliere delle persone che non hanno commesso alcun reato, se non un illecito amministrativo. Ma la cosa che più di ogni altra desta sconcerto è l’uso di una gabbia metallica, dove il detenuto è obbligato a radersi sotto gli occhi di tutti. Un atto inumano e degradante che viola la dignità umana e il diritto alla privacy, nonostante cotanti diritti siano chiaramente tutelati da una moltitudine di strumenti giuridici. E, come se non bastasse, i detenuti non ricevono informazione alcuna per ciò che attiene all’esercizio dei loro doveri e diritti individuali, con particolare riferimento alle modalità di presentazione di una richiesta d’asilo, sacrosanto diritto sancito dalla Convenzione di Ginevra e dai cataloghi giuridici europei.

Per completezza d’informazione è da segnalare che il centro accoglie attualmente soltanto dieci detenuti, gestiti da un effettivo di 75 risorse, tra polizia, esercito e impiegati dell’ente gestore. Uno spreco, insomma.

Purtroppo già nel 2010 i MEDU avevano denunciato la situazione al Ministero dell’Interno che , invece di procedere alla chiusura del centro, si è limitato a tagliarne il budget rischiando di aggravare ulteriormente le condizioni dei detenuti. Quello che ancor più addolora è che il centro è stato edificato su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta calabrese. Come molti sapranno, sono una convinta assertrice del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, ma in questo modo non si contribuisce a nessuna riedificazione sociale.

Perché l’autorità pubblica mostra così poca reattività nei confronti di una situazione del genere? Come mai è così difficile costruire un quadro legale che stabilisca in maniera chiara e incontrovertibile quali sono le norme cui è obbligatorio attenersi quando si gestisce un CIE? Ho rivolto le mie perplessità alla Commissione europea, attraverso un’interrogazione.

 

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