Problema amianto in Italia: interrogazione alla Commissione Europea

Posted by Sonia Alfano MEP on 16/10/12
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Tra il 2015 e il 2020, in Italia, vi sarà il picco massimo dei morti per amianto. Lo raccontano i dati forniti dall’Istituto superiore della Sanità: sono estremamente preoccupanti, soprattutto se si pensa alle migliaia di vittime per patologie asbesto-correlate. L’amianto è stato “messo al bando” – pur se con colpevoli ritardi da parte dell’Italia – ormai da un ventennio. Eppure è un problema assolutamente attuale in quanto, secondo il realistico quadro disegnato dall’Osservatorio Nazionale Amianto, avvelena gli studenti, gli insegnanti e il personale di almeno 2400 scuole ed è presente in numerose altre strutture pubbliche (una recente denuncia riguarda la caserma della Guardia di Finanza “Cefalonia Corfù” di Roma). Per non pensare a tutto l’amianto sparso sul territorio italiano, il cui smaltimento illecito rappresenta un vero e proprio business per le ecomafie. E’ evidente quindi l’inadeguatezza dell’Italia di fronte ad una questione gravissima che riguarda innanzitutto la salute dei cittadini: sostanzialmente non esiste un piano di intervento concreto per la mappatura e le bonifiche ambientali e sanitarie. Vi sono notevoli difformità da Regione a Regione. Peraltro, sono indubbie anche le mancanze dello Stato nei confronti degli esposti e degli ex esposti alla fibra killer: dal sostegno all’assistenza, per finire con i benefici previdenziali. Tutto assolutamente insufficiente, vista la dimensione del problema. Per questo ho interrogato la Commissione Europea.
Si parla tanto di far ripartire l’economia. Perché, piuttosto che pensare al TAV, non viene programmato e incentivato un trasparente piano di bonifica nazionale? Rappresenterebbe un vero e proprio investimento pubblico il cui risultato nel medio-lungo periodo sarebbe incommensurabile: la vita e la salute dei nostri figli e delle generazioni future.

Fracking in Italia: interrogazione alla Commissione Europea

di Fiorentino d’Arco (sito web)

Ormai se ne parla sempre più spesso: in Maremma è stata utilizzata, per la prima volta in Italia, la fratturazione idraulica (frac-job). Ci tocca questo triste primato, di cui avremmo fatto volentieri a meno! Del fracking in Maremma siamo stati i primi a parlarne attraverso il sitowww.maremmaefuturo.it.

La Maremma è un territorio riconosciuto comeDistretto Rurale d’Europa per il suo mix di natura, cultura, archeologia e agricoltura di qualità. Proprio in questo splendido territorio, a nord della città di Grosseto, il Ministero dello sviluppo economico ha concesso due autorizzazioni (Casoni e Fiume Bruna) per estrarre gas metano, nel caso specifico gas di scisto (shale gas).

La società intestataria delle concessioni è la Independent Energy Solutions (capitale sociale 15.000€) di proprietà della britannica Independent Resources plc che a sua volta, tramite la Independent Gas Management, controlla l’85% della Erg Storage che doveva stoccare il gas metano a Rivara in Emilia.

Nel 2010 sono stati trivellati i primi due pozzi di ricerca e, nonostante la volontà da più parti di non ammettere che la tecnica di fracking sia stata utilizzata in Italia, dalla relazione della IES si legge chiaramente:

A hydraulic fracture operation coupled with a ceramic proppant, designed to enhance productivity, completed successfully and this was followed by a production test that began on 17 April 2010.

Trad.: Un’operazione di frattura idraulica accoppiata con un proppant di ceramica, progettato per migliorare la produttività, è stata completata con successo e questo è stato seguito da una prova di produzione che ha avuto inizio il 17 aprile 2010.

La fratturazione idraulica è una tecnica di estrazione del gas di scisto molto discussa in tutto il mondo, perchè ritenuta dannosa per l’ambiente e per la salute degli abitanti della zona. E’ stata vietata in Francia, in Bulgariae nello stato del Vermont (Stati Uniti), mentre in Germania e in Gran Bretagna si discute per bandirla.

Nei documenti ufficiali si parla di utilizzo di “tecniche innovative” (così viene chiamata la fratturazione idraulica per nascondere una verità scomoda) e siamo convinti che non tutti conoscono i rischi ad essa collegati. Questa tecnica prevede la perforazione di un pozzo verticale e poi orizzontale in cui pompare acqua, azoto liquido, microsfere di ceramica (proppant) e additivi ad elevata pressione per fratturare la roccia del sottosuolo.

Si utilizzano additivi chimici: quali sono? In altre parti del mondo per le perforazioni sono stati utilizzati additivi altamente tossici. La composizione non viene fornita e nascosta sotto l’assurda motivazione che si tratta di “segreto industriale”. Dall’esperienza del Nord America su un totale di 260 sostanze almeno 58 presentano rischi per l’ambiente e la salute. Una delle sostanze è il cloruro di tetrametilammonio che è tossico e nocivo per l’acqua potabile anche in piccole dosi.
Dai documenti ormai resi pubblici, ci risulta che l’estrazione prevede un pozzo ogni 40-60 ettari per estrarre 2,4 miliardi di metri cubi di gas nell’arco di vita del progetto Fiume Bruna.

I rischi legati a questa tecnica sono ormai confermati da documenti ufficiali come, ad esempio la relazione presentata da una commissione di studio della Comunità Europea “Impatto dell’estrazione di gas e olio di scisto sull’ambiente e sulla salute umana” (2011):

● potenziale inquinamento delle acque con le sostanze chimiche provenienti dal processo di fratturazione;
● sostanze radioattive di origine naturale come uranio, torio e radio legati alla roccia vengono trasportati in superficie con i fluidi di riflusso;
● inquinamento atmosferico per l’evaporazione di sostanze dannose;
● enorme consumo di risorse naturali (acqua);
● emissione di composti aromatici come benzene e xilene che provegono prevalentemente dalla compressione e lavorazione del gas;
● sostanze radioattive iniettate come traccianti all’intero dei pozzi in fase di perforazione;
● terremoti indotti dal processo di fratturazione idraulica o dall’iniezione di acque reflue.

Inoltre la relazione presentata dalla AEA Tech nel 2012, commissionata dalla DG Environment della Commissione Europea, ha confermato questi rischi collegati al fracking.  Forse il punto più dibattuto è quello relativo alla correlazione tra fratturazione idraulica e terremoti. A tal proposito ricordiamo che già nella relazione dell’agenzia governativa americana EPA “Earthquake hazard associated with deep well injection – A report to the U.S. Environmental Protection Agency” che analizzò i terremoti che si verificarono nelle Rocky Mountain Arsenal vicino Denver nel 1966-67 dopo l’iniezione di fluido nel sottosuolo per idrofratturare, si evidenziava la forte correlazione tra l’iniezione e i terremoti. Infine vorremmo ricordare a chi è chiamato a prendere decisioni su questo argomento che “il futuro della Maremma è il futuro dei nostri figli e non vogliamo costringerli a dover fuggire dalla terra dei loro padri”.

QUI l’interrogazione presentata alla Commissione Europea

 

Violazione dei diritti umani al CIE di Lamezia Terme: interrogazione alla Commissione Europea

Ci chiamano ospiti. Ma siamo degli ospiti che non possono avere un pettine, possedere un libro o una penna per scrivere”. Con queste parole, Alì, detenuto del centro di espulsione e identificazione laziale di Ponte Galeria, descrive una situazione comune a moltissimi centri di questo tipo; la contingenza mi obbliga oggi a non ignorare quello che succede a Lamezia Terme.

Il 24 settembre scorso, l’organizzazione non governativa Medici per i Diritti Umani (MEDU) pubblica un fotoracconto sul CIE della cittadina calabra: una carrellata di foto che lascia un senso di desolazione, solitudine e sconforto, ma anche tanta rabbia. Assenza di centri ricreativi, stanze spoglie e per niente attrezzate, servizi igienici e sanitari fatiscenti e un lungo recinto di filo spinato che corre lungo il perimetro del centro: sono le caratteristiche principali di una struttura che dovrebbe prima di tutto accogliere delle persone che non hanno commesso alcun reato, se non un illecito amministrativo. Ma la cosa che più di ogni altra desta sconcerto è l’uso di una gabbia metallica, dove il detenuto è obbligato a radersi sotto gli occhi di tutti. Un atto inumano e degradante che viola la dignità umana e il diritto alla privacy,  nonostante cotanti diritti siano chiaramente tutelati da una moltitudine di strumenti giuridici. E, come se non bastasse, i detenuti non ricevono informazione alcuna per ciò che attiene all’esercizio dei loro doveri e diritti individuali, con particolare riferimento alle modalità di presentazione di una richiesta d’asilo, sacrosanto diritto sancito dalla Convenzione di Ginevra e dai cataloghi giuridici europei.

Per completezza d’informazione è da segnalare che il centro accoglie attualmente soltanto dieci detenuti, gestiti da un effettivo di 75 risorse, tra polizia, esercito e impiegati dell’ente gestore. Uno spreco, insomma.

Purtroppo già nel 2010 i MEDU avevano denunciato la situazione al Ministero dell’Interno che , invece di procedere alla chiusura del centro, si è limitato a tagliarne il budget rischiando di aggravare ulteriormente le condizioni dei detenuti. Quello che ancor più addolora è che il centro è stato edificato su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta calabrese. Come molti sapranno, sono una convinta assertrice del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, ma in questo modo non si contribuisce a nessuna riedificazione sociale.

Perché l’autorità pubblica mostra così poca reattività nei confronti di una situazione del genere? Come mai è così difficile costruire un quadro legale che stabilisca in maniera chiara e incontrovertibile quali sono le norme cui è obbligatorio attenersi quando si gestisce un CIE? Ho rivolto le mie perplessità alla Commissione europea, attraverso un’interrogazione.

 

Emergenza ambientale e sanitaria nell’Agro Nolano

Posted by Sonia Alfano MEP on 24/09/12
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di RIFIUTARSI (pagina Facebook – website)

Negli ultimi mesi, il nostro gruppo si è impegnato in una notevole attività di monitoraggio del territorio dell’Agro Nolano riscontrando, tra numerose illegalità, quattro punti di notevole criticità ambientale presenti nei comuni di NolaSan VitalianoSavianoPalma Campania, tutti in provincia di Napoli.

A Nola, diverse zone (Boscofangone, via Bosco Gaudio, località Piazzolla) sono quotidianamente usate come sversatoi per rifiuti di ogni tipo, in maniera particolare: amianto e altri rifiuti speciali, industriali e tossici. Questi siti, invece di essere monitorati e protetti, sono completamenteabbandonati dalle istituzioni. Nonostante le continue segnalazioni e denunce, il comune di Nola è rimasto inerme adducendo motivazioni come la mancanza di fondi, di personale e di attrezzature. Altre gravi irregolarità sono state compiute dalla società comunale Campania Felix Spa, incaricata di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che da oltre due anni ha abbandonato 4 container pieni di rifiuti in località Boscofangone.

Sorte simile per il comune di San Vitaliano. In via Ponte delle Tavole lo spettacolo è surreale e disgustoso. Il letto dell’alveo dei Regi Lagni straripa di ogni tipologia di rifiuto per oltre un chilometro. Scarti della lavorazione tessile, carcasse di automobili, fusti industriali e amianto. C’è di tutto. Anche qui l’amministrazione locale, malgrado continue segnalazioni e nonostante si tratti di controllare una zona con un unico accesso stradale, non ha adottato alcun tipo di provvedimento e tanto meno dimostra un interesse particolare alla risoluzione del problema.

Non meno disgustosa è la situazione a Saviano nell’alveo Santa Teresella dei Regi Lagni. Si tratta di una vera e propria discarica a cielo aperto lunga un chilometro, dove tutto viene puntualmente bruciato. Anche qui l’amministrazione comunale, aldilà di risibili interventi, non affronta in maniera adeguata il problema deglisversamenti illegali e dei continui roghi tossici che interessano le campagne del comune.

Ultimo episodio in ordine di tempo e non certo per importanza, è quello avvenuto nel territorio comunale di Palma Campania. Il 7 agosto 2012, un mega incendio scoppia nella discarica sotto sequestro di carflat (plastica tritata delle autovetture) in via Novesche tra Palma Campania, San Giuseppe Vesuviano e San Gennaro Vesuviano. I vigili del fuoco si vedono costretti ad usare della terra per soffocare le fiamme e riescono a spegnere l’incendio solo dopo tre giorni. Una vera e propria nube tossica di diossina sprigionata dall’incendio viene depositata dal vento sui terreni e trasportata nelle case vicine. Inoltre, spinta dal vento, la nube si propaga verso l’area nord della provincia di Napoli, arrivando fino a quindici chilometri di distanza e appestando l’area dei comuni di San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Ottaviano, Saviano, Nola, Casamarciano, Cimitile, Camposano e Cicciano.

Nonostante le nostre continue segnalazioni e denunce, nessuna delle quattro amministrazioni sopra citate ha deciso di intraprendere delle azioni concrete volte alla tutela del proprio territorio e dei propri cittadini. Vista tale inerzia, abbiamo deciso di proporre all’eurodeputata Sonia Alfano di porre in essere un’interrogazione parlamentare al fine di approfondire i fatti sopra enunciati e di verificare la loro compatibilità con la tutela del diritto di qualsiasi cittadino europeo a vivere in un ambiente salubre.

Qui l’interrogazione

 

Scavi TAV: Bruxelles smentisce FS!

Poco prima della pausa estiva, ho interrogato la Commissione Europea a proposito di uno schema di regolamento italiano cofirmato dai ministri Clini e Passera, finalizzato a gestire le terre e rocce da scavo provenienti dalla grandi opere come meri“sottoprodotti” riciclabili (abbattendo i costi per le aziende a scapito della sicurezza ambientale e della salute dei cittadini e a tutto vantaggio delle mafie e degli smaltimenti e traffici illegali di rifiuti).

Secondo le istituzioni e la stampa, la bozza di regolamento sottoposta al vaglio della Commissione Europea si sarebbe dovuta ritenere conforme alla legislazione ambientale UE con silenzio assenso, trascorsi 90 giorni dal deposito della stessa.

L’Associazione Idra di Firenze, che ha scritto per prima alla Commissione Europea e che sto affiancando in questa battaglia che va ben oltre i confini toscani, ha però ricevuto una risposta ben diversa da Bruxelles rispetto a quanto circolato nella stampa (e non solo). La bozza di regolamento non ha ricevuto alcuna forma di avallo da parte dei servizi della Commissione Europea. Una buona notizia dall’unica fonte attendibile, a differenza di chi – stampa, politica e Ferrovie dello Stato – millanta la conoscenza di decisioni e procedure europee inesistenti (qui il comunicato dell’Associazione Idra). Intanto, restiamo in attesa della risposta alla mia interrogazione.

Monti-Hollande e l’intesa sull’inutile Tav

Posted by Sonia Alfano MEP on 05/09/12

Ieri il Presidente del Consiglio Mario Monti ha incontrato il presidente francese François Hollande. Hanno discusso di come uscire dalla crisi che sta affossando l’eurozona. E’ in quel contesto che hanno confermato l’agghiacciante “intesa” italo-francese sul Tav.  Il mio impegno in Europa contro l’inutile quanto costoso progetto, è ormai noto a chiunque. Quello che forse tanti non ricordano è che ho persino chiesto che i fondi fossero bloccati perché, quando lo scorso febbraio sono andata in delegazione in Valsusa con altri parlamentari europei, ho potuto verificare personalmente l’inesistenza del cantiere di Chiomonte. Si tratta di sperperare milioni di euro di fondi pubblici e di offendere una popolazione e il territorio della Valle. Quei soldi dovrebbero piuttosto essere utilizzati per la manutenzione della rete ferroviaria esistente o per mettere in sicurezza gli edifici scolastici, non per un’Alta Velocità che, obiettivamente, non serve a nessuno se non alle mafie che aspettano di accaparrarsi appalti e subappalti. Monti non convincerà il popolo valsusino che lo spread si possa combattere con un’inutile opera faraonica. Se i piani di crescita che gli Stati membri vogliono promuovere e che l’UE vuole sostenere sono basati su cemento e grandi opere come il TAV significa che non vi è alcuna comprensione della natura della crisi e del disagio sociale che scolla le autorità nazionali ed europee dai cittadini.

TAV e smaltimento materiali da scavo: interrogazione alla Commissione Europea

Il Tav non è un problema tutto piemontese. Anche a Firenze c’è una battaglia da portare avanti. Noi, dall’Europa, la stiamo facendo insieme all’Associazione Idra, che si occupa di promozione e tutela del patrimonio ambientale e culturale. Risulta evidente, leggendo le circostanziate osservazioni dell’associazione inviate al Commissario Potočnik circa una settimana fa, che da tempo in Italia si tenta di escludere dalla nozione di rifiuto le terre e rocce da scavo e matrici di riporto, pur se fortemente contaminate, e di derubricarle a “sottoprodotti” riciclabili (in contrasto con quanto fissato dalle direttive europee). In questa maniera tali materiali diverrebbero facilmente oggetto di smaltimenti inadeguatidannosi per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Non sono da escludere, peraltro, come emerge dal rapporto Ecomafia 2012 diLegambiente, forti interessi da parte della criminalità organizzata mafiosa a questo genere di attività. Attualmente la Commissione Europea sta analizzando il decreto del governo italiano col quale si cerca di facilitare la costruzione di grandi opere, escludendo qualsiasi tutela e controllo ambientale. Danni ambientali e mafie a tutti i costi. Per questo ho presentato un’interrogazione prioritaria alla Commissione, nel tentativo di fare pressione affinchè, come già accaduto nel 2007, il decreto venga bloccato per violazione delle direttive europee. Un primissimo impatto di questo decreto si avrebbe nell’ambito dei cantieri TAV di Firenze dove i rischi ambientali e le incertezze, ancora oggi, a un soffio dal presunto inizio dei lavori, caratterizzano gli scenari di trasporto e smaltimento dei materiali di scavo e delle eventuali sostanze inquinanti presenti.

Immigrazione: l’UE deve tutelare i diritti fondamentali

Posted by Sonia Alfano MEP on 17/07/12
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Quando si parla di protezione dei migrantitutela dei diritti fondamentali, si rischia di essere impopolari. Da diversi anni sul “contenimento” dei flussi migratori e su un approccio xenofobo diversi partiti hanno costruito i loro successi, cavalcando demagogicamente le paure della popolazione. La politica ha invece il dovere di prestare maggiore attenzione nei confronti delle tantissime persone che diventano periodicamente protagoniste involontarie di invisibili trafiletti sui giornali. Non ci si può disinteressare del destino di uomini, donne e bambini indifesi di fronte alla violenza.

A me interessa di Sahel Ibrahim, un ragazzo somalo di 26 anni, oggi traduttore per Human Rights Watch, che il 20 giugno scorso ha subito una violenta aggressione nel pieno centro di Atene: 5 vigliacchi lo hanno massacrato a colpi di mazza. Mi interessa di Razia Sharife, una madre afgana che vive da sola con tre bambini al piano terra di una modestissima casa della capitale ellenica, presa d’assalto per ben 5 volte da squadroni punitivi che circolano indisturbati in pieno centro città.

La Grecia di questi tempi è diventata il far west. La crisi economica ha trasformato la culla della civiltà in una terra di nessuno, dove gli scagnozzi di Alba dorata, un partito di estrema destra che ha imparato a utilizzare la retorica nazionalistica per raccogliere consensi, si comportano come veri e propri squadroni nazisti. La Grecia sembra oramai essere diventata l’Afghanistan dei Talebani, tristemente descritta nei romanzi di Hosseini. Ma la Grecia non è l’Afghanistan. La Grecia è un Paese sotto l’egida dell’Unione europea e non è ammissibile che si compiano tali scempi, sotto l’occhio accondiscendente e fintamente ignaro della polizia. Dov’è l’Europa, in questi casi? A cosa serve l’arsenale giuridico e legislativo di cui disponiamo a tutela dei diritti fondamentali, quando poi si viola il fondamento stesso della nostra Carta europea, ovvero la dignità della persona? Non fare nulla significa rendersi complici di un crimine contro gli uomini. E la crisi economica non è una giustificazione plausibile.

In un centro di detenzione a Malta le percosse inflitte hanno avuto conseguenze ben più gravi. Se Ibrahim in Grecia se l’è cavata con un braccio rotto, a Malta Mamadou Kamara si è spento per sempre. Mamadou era fuggito da un centro di accoglienza nell’agosto del 2009. Il 29 giugno scorso, avendo bisogno di cure mediche, si era rivolto al personale di una clinica maltese, che lo aveva denunciato alla polizia decretando la sua condanna a morte. I poliziotti lo hanno prelevato e massacrato di botte. Non starò qui ad approfondire la mia indignazione e il mio sgomento nei confronti di un’autorità pubblica che si sveste del suo ruolo di tutore della legge e indossa i panni dei criminali che dovrebbe perseguire. Vorrei però che questo episodio, che purtroppo è solo l’ultimo di una lunga serie, diventasse motivo di riflessione sull’opportunità di detenere dei richiedenti asilo – che non sono dei criminali – e porre fine al triste e fuorviante binomio immigrazione/criminalità.

Per concludere il quadro: è di qualche giorno fa la notizia di 54 migranti provenienti dalla Libia e morti nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Italia. Questa è un’ulteriore prova che l’UE deve agire e lo deve fare in fretta, nel rispetto dei diritti della persona.

Sono attualmente in corso le discussioni su EUROSUR, un sistema europeo di controllo alle frontiere, che dovrebbe avere come obiettivo finale il contenimento delle morti in mare. Io, a dire il vero, sono un po’ preoccupata. Organizzazioni della società civile come Enar, AEDH, Picum, EMHRN e JRS, hanno già lanciato il loro grido di allarme. La proposta della Commissione non approfondisce minimamente la protezione dei diritti fondamentali. Le associazioni a difesa dei diritti dei migranti avvertono: chiudere una porta significa mettere la gente nelle condizioni di sperimentare rotte più pericolose.

Spero che, nel momento di prendere una decisione al riguardo, i miei colleghi al Parlamento europeo e i ministri che siedono al Consiglio abbiano bene in mente che si tratta di vite umane e che bisogna smettere di agire in nome di presunti interessi superiori degli Stati Membri. Siamo tutti responsabili e non dovremmo mai dimenticarlo.

Sonia Alfano rss

European policies, in particular the issues of the Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs Committee (LIBE) and Organised crime, corruption and money laundering Committee (CRIM) more.



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